martedì 31 marzo 2015

L'arancia! L'arancia è ferita!

Ho rotto la natura morta.
L'ho rotta, l'ho fatta a pezzi.
Ho macchiato la tenda dopo aver affondato il coltello da parte a parte nell'arancia. 
Serviva farlo, la natura era morta, la tenda era bianca, Dio mio, non lo capisci? 
Ceramiche e mele rotonde, lucenti. E poi arance ruvide, tutte chiuse in se stesse. Pesche e teiere con fiori e quella finestra col cielo limpido all'imbrunire.
E poi quello che non vedi dietro questo quadretto 40x50: il parquet bianco, la sedia a dondolo azzurra, la coperta a quadri sopra la sedia a dondolo azzurra, il silenzio -palpa questo silenzio come fosse un corpo. È un corpo morto, un Cristo deposto dalla croce in mezzo a un cimitero di libri incellophanati in una carta color lapislazzuli, libri che così non hanno titolo o polvere o screpolature.
Ho rotto la natura morta: i frutti erano facce tonde, senza bocca inghiottivano l'aria, diventano ogni giorno più grandi. 
La caraffa era prosciugata, la teiera era prosciugata, i piatti erano vuoti. E al centro troneggiava lei, la natura morta. 
Mi cacciava la sedia a dondolo perché non le sgualcissi la coperta, i libri si chiudevano all'unisono e non finiva il tramonto, così la natura morta diveniva un po' più perlacea e luminescente contro il cielo purpureo.
Non sapevo dove stare, da dove incominciare. 
Così ho colpito l'arancia per prima, perché macchiasse la tenda ricamata, che allertasse la sedia a dondolo che allertasse i libri che allertasse la finestra che allertasse il sole di lasciarmi un po' di tregua, un placido buio, così avrei ingannato il parquet, lasciato le impronte di fango, dappertutto.
E tutto di fatto cadeva, i supporti della sedia a dondolo rovinano come gli ossicini di uno scheletro -che commedia!-, si sfrangiava il plaid come una ragnatela, i libri si decomponevano in strisce sottili e parallele.
E intanto in perfetta simmetria si divideva l'indivisibile, le pesche e le mele, destra e sinistra, e volava la testa della caraffa verso il basso e il fondo verso l'alto -che danza!- e i semi dell'interno delle mele a fecondare il mondo che non tramontava -via!- e il becco della teiera, sospeso a mezz'aria, sbuffava come un usignolo -che sinfonia!-. 
Si sbriciolava ciò che era nel vaso compatto, liberi i petali sgualciti sembravano l'ombra bambina di un vecchio centenario, restava appena lo stelo al centro del tavolo, appeso alle radici, tutto curvo -il bastone del vecchio, certamente!-
Che male, che male la vita!, diceva la natura morta e la tenda si scopriva come una verginità per la prima volta violata. 
Che male, che male l'amore!
E io ridevo a crepapelle, col mio coltellino da frutta assassino
   
     l'arancia! l'arancia è ferita!

E io senza far niente, sulla sedia a dondolo sfondata, col plaid senza trama e senza ordito dietro la testa, la lascio morire.

lunedì 23 marzo 2015

Dopo

Com'è calmo il mio cuore!
Piatto profondo rotondo
un regno acquifero 
senza vento odore tempo.
Immune ai rumori tace,
in fretta riunisce i lembi liquidi
che separa la nave.
Altera lei passa,
una bandiera ha issata,
strisce colori e nazioni,
non riguarda il mio cuore:
prego, vada.

Ha uno spazio il mio cuore
per tutto ciò che muore
ondivago va e viene,
non protesta. 
E con un po' di dolcezza ancora
culla tutte le sue salme
al largo in superficie le sospende
- son fiori recisi, guarda -
stanno là dove non si vede terra
fine orizzonte guerra
perché non abbiano nome
volto astio rancore 

Perché siano appena 
una tenue increspatura 
dagli scogli lontana
una cicatrice con gli occhi
sbarrati tra cielo e acqua
tra Dio e Io

Com'è calmo il mio cuore!
Al centro il suo peso
eleva i bordi 
innalza le prue
costeggia le terre
rispetta i suoi morti
si riprende i suoi pezzi.

Si apre
Si chiude 
Non muore 
È ancora il Mio cuore.




(ma un po' morire è scoprire di averlo rivoluto indietro)

venerdì 20 marzo 2015

Mio padre



Mio padre ha i capelli bianchi, un po' di barba ed è da sempre in sovrappeso. Mangia troppo e cammina troppo poco.
Ha gli occhi chiari ed è di poche parole. 
Gli piace una vecchia poltrona di vimini che, da quando me lo posso ricordare, è davanti alla finestra del soggiorno, in ombra alla tenda: lì si isola dentro qualche libro di viaggi e avventure lontane.
Queste sono le sue letture, quando non specula di formule matematiche che scrive sui vetri appannati, cercando di spiegare l'universo mentre -inesorabilmente- invecchia.
Mio padre è un uomo buono, dal grande cuore, un po' anacronistico. E poi basta un niente e si preoccupa, senza mai proferir parola.
M'intercetta sempre l'umore sull'uscio di casa.
Non fa domande, ma se mi vede con l'occhio un po' convesso -come oggi-, si alza dalla poltrona, sembra un elefante mastodontico e si nota che ci mette tutto il suo impegno per essere scattante -e non ci riesce-, poi mi abbraccia con le sue braccia possenti come i rami di un albero e mi dice:
"Bambina mia, non te la prendere, è l'entropia"
Allora io gli chiedo come si può conservare qualcosa in un mondo dove comanda l'entropia e lui risponde:
"Lasciami studiare ancora un po', ti prometto che troverò una formula", e si nasconde dietro gli occhiali un po' scuri, arrossendo tutto imbarazzato perché la soluzione non ce l'ha, ma in compenso ha gli occhi convessi pure lui, adesso.
Allora gli ricordo che Freud l'entropia la chiamava "istinto di morte" e lui fa spallucce e mi dice: "Va bene Freud ma, se ti riesce, tu sposa un poeta, uno che fa sintesi e non fa analisi". 
Mi sembra un ottimo consiglio.
Mio padre, quando non mangio se ne accorge e tace, e mi lascia un panino dietro la porta di camera mia, tagliato un po' storto e pieno di salse che non mi piacciono, però è troppo buono il pensiero per non mangiarlo lo stesso e non scoccargli un bacio sulla testa stempiata, mentre sonnecchia sulla poltrona.
Mio padre sa sempre se mi sto cacciando nei guai, non lo dice ma mi richiama indietro mentre esco di casa con una valigia sospetta:
"Non si provoca l'entropia!", mi echeggia dalla poltrona, con la coda dell'occhio, la voce inclinata, un implicito allusivo rimprovero.
Allora io gli chiedo dove posso mettere tutte le cose incantate che ho nascosto nella valigia e a quel punto è un po' contento di potermi dire:
"D'accordo l'entropia, ma nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, quindi non è da buttare, bambina mia, è solo da trasformare in qualcosa di meglio".
Mio padre mi controlla la pressione delle gomme e l'olio della macchina ogni mattina, mentre finge di andare a comprare il giornale.
E ogni tanto, quando non mi ama nessuno, mi fa trovare un mazzo di fiori sul tavolo dell'ingresso e dice:
"Ma chi sarà questo ammiratore segreto?", pensando che basti scrivere in stampatello per non essere riconosciuto e provocarmi un'illusione d'amore.
Mio padre non chiama per sapere dove sono, ma mi aspetta sempre affacciato alla finestra e finge di essersi addormentato sul divano, perché il sabato c'è un programma lunghissimo alla televisione, che "non finisce proprio mai" (ma non ha mai svelato quale) e io fingo di crederci dai tempi della mia adolescenza.
Mio padre ha una bella saggezza, una serena vecchiaia, un coraggio discreto.
È chiaro, è bello, non grasso ma morbido, ha gli occhi limpidi. E, quando si arrabbia, diventa rosso come un peperone ma non spaventa nessuno.
Oggi non se la prende se ho scordato di fargli gli auguri per la festa del papà.
"Passa tutto, bambina mia, passa tutto", dice scuotendo le mani davanti al torace, sapendo che ho la testa piena di problemi che non si risolvono. 
Mio padre c'è e così mi è più facile perdonare tutto quello che non c'è. 

Mio padre sfuma via dalla poltrona, lascia qualche formula sul vetro. 
Mio padre non esiste. O, forse, è una questione di entropia.

giovedì 19 marzo 2015

È nato il silenzio

È nato il silenzio
dopo tante parole
è un vagito
una primula
un fiore

È nato il silenzio 
dopo l'amore
anche questo è finito
respiro
c'è il Sole

giovedì 12 marzo 2015

Paprika, giallo e mandolini ovvero: Amandola




R.Doisneau



"Si, al di là della gente
ti cerco.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la dipingono.
Al di là, più in là, più oltre.

Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio
e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, più oltre.

Al di là, ancora, più oltre
di me ti cerco. Non sei
ciò che io sento di te.
Non sei
ciò che mi sta palpitando nelle vene,
e non è me.
Al di là, più oltre ti cerco.

E per trovarti, cessare
di vivere in te, e in me,
e negli altri.
Vivere ormai di là da tutto,
sull'altra sponda di tutto
- per trovarti -
come fosse morire."P.Salinas


Ora gli verrebbe da scrivere tutte le cose peggiori su Amanda.
Ad esempio che Amanda non ha davvero talento alcuno e che si è iscritta al corso di Teatro perché si sente più bella e più brava di quanto non sia realmente.
O forse non si sente né bella né brava, è solo attratta da un frivolo ideale bohémienne con cui non farà un soldo. Tanto quelle come Amanda finiscono sempre con lo sposare qualche miliardario.
Oppure potrebbe dire che ha davvero talento, che la sua trasposizione di Aspettando Godotal femminile -Godot era diventato Godaè- aveva riesumato l'orgoglio femminista del college e rappresentava in realtà la sua intima e silenziosa ribellione contro l'Amore con la A maiuscola, al quale a soli 21 anni aveva cessato di credere per via di quel certo Michael, che amava da sempre ma non la degnava di uno sguardo -ma che sguardi puoi aspettarti da un ingegnere che studia come allineare dei tubi?-. 
E comunque: superba Amanda. Cosa volevi fare, Amanda?

Potrebbe dire queste cose lo scrittore distratto, ma anche stasera posa gli occhiali sulla scrivania e appallottola qualche foglio di carta nel cestino.

Amanda aveva 21 anni qualche tempo fa.

La osserva mentre dorme.
Il sonno cancella i connotati, i nomi, i cognomi, tutte le Amande che sono passate su questa terra.
Diventano un'unica Amanda e, per decifrarla, bisogna affidarsi al suono e al corpo delle lettere.
Amanda è rotonda, senti che suono che fa quando la dici. 
Ricorda un gioco che faceva con sua madre da piccolo. 
Se fosse un frutto? Paprika.
E lo scrive.
Un colore? Giallo.
Un animale? Mantide religiosa (perché se lo mangerà prima o poi quello stupido Michael, appunta. O forse no, appunta).
Uno strumento musicale? Violino (a margine scrive: mandolino e aggiunge un punto interrogativo).

Non sa altro di Amanda.
Se non che ha un piccolo drago tatuato sulla caviglia sinistra. Sembra una piccola voglia, bisogna vederlo da vicino per accorgersi della forma del drago, un piccolo draghetto verdognolo da bambini che sputa un fuoco incapace di bruciare nessuno, neanche metaforicamente parlando.
È rimasto attaccato alla pelle, forse al posto di una voglia di una vita passata, e quindi potrebbe essere un segno di riconoscimento per romantici che si amano tra una reincarnazione e l'altra (anche se lui non crede alla reincarnazione, è Amanda che ci crede, appunta).
Un giorno, nel capitolo III della storia per l'esattezza, gli è venuto in mente di raccontare ad Amanda una bugia. Lo ha fatto perché dall'angolo dell'occhio sinistro le è caduta d'improvviso una goccia salata.
"Un riflesso", gli hanno echeggiato i medici anestesisti.
Ma quella goccia è l'unica cosa che Amanda gli ha detto negli ultimi tre mesi.
Quando fai lo psichiatra, di solito ti raccontano ogni sorta di storia. C'è quasi un rimpianto del silenzio, il grande silenzio primordiale di certi reparti, in cui si odono soltanto i suoni metallici delle macchine vitali e qualche lamento informe, intercambiabile su ogni bocca.
Ma provaci all'improvviso a fare a meno delle parole. Prova a parlare con Amanda che non parla. Che non parla non perché serri le labbra con forza, come fanno certi catatonici, che t'investono di un mutismo pieno di rabbia e di parole.
Provaci.
Lui ci prova e non sa bene perché lo fa. Forse gli ricorda qualcuno. O, forse, Amanda è abbastanza vuota e abbastanza piena al contempo da non confonderlo: Amanda è sua, completamente sua.
E così, dopo quella goccia mentre scriveva e cancellava il capitolo III, si è inventato che Michael, quel Michael, ha un drago proprio uguale al suo, tatuato sulla caviglia sinistra. Così, per farla più contenta.
Sì, Amanda, curioso. No, non lo so quando si è tatuato il drago sulla caviglia. Ma sarebbe sorprendente se si trattasse anche solo di una coincidenza. O magari non è una coincidenza, gli uomini spesso amano in silenzio e fanno di tutto per non fartelo sapere. È per una conformazione anatomica, Amanda. Le donne sono atte ad accogliere e hanno tutto quello che serve per farlo e nutrire al contempo. L'uomo, quando dà, espelle, non è colpa sua, è fatto così.
Quindi puoi essere contenta del drago, soprattutto del drago, ma anche di molte altre cose.

Si vergogna di aver scritto le cose peggiori su Amanda, adesso. 
La rabbia gli era venuta un giorno di qualche settimana prima: faceva freddissimo e pioveva. La madre di Amanda l'aveva girata e lavata e le aveva inumidito le labbra. Lo faceva tuttavia in un modo meccanico, che a lui pareva senza grazia e senza amore, in qualche modo sbrigativo e grossolano. 
Forse ce l'ha con la figlia perché non si sveglia, inconsciamente deve odiarla per questo, aveva pensato. O forse, semplicemente, ce l'ha con la figlia per come era prima e non per come è adesso.
È stato allora che ha iniziato a scrivere il peggio di Amanda. Era, in qualche modo, come purificarla. Ripartorire Amanda dall'inizio, averla a disposizione ora: quella eterea e diafana creatura silenziosa con le sopracciglia chiare e le lentiggini, gli occhi chiusi che potevano essere di qualsiasi colore, tonda, tutta tonda come dev'essere Amanda, come sono tutte le Amande del mondo prima di essere pensate, prima di sporcarsi con la vita.
Gli piaceva pensare che il lenzuolo bianco che l'avvolgeva fosse in realtà un grande foglio bianco, con la sua trama e il suo ordito ancora immacolati. Con il pennino della stilografica gli pareva allora di destare quella Bella Addormentata come una farfalla ancora assopita nella sua crisalide, solleticandole appena un punto della colonna vertebrale o il lobo dell'orecchio, coperto soltanto da un filo di capelli biondo miele. Ovviamente una colonna vertebrale o un lobo dell'orecchio fatti d'inchiostro, il suo inchiostro. E su quel letto di carta, ricominciare da capo.
Qualsiasi altra Amanda gli diveniva allora insopportabile, al punto che doveva scrivere giù tutti i peggiori spettri di quelle fantasie, per convincersi infine che quella non era Amanda o che -se mai lo era stata- adesso non ne rimaneva traccia alcuna. Lui, in qualche modo, l'aveva salvata e rigenerata.
E così era capitato ad Amanda di essere una tossica qualunque che dimenticava la parte sul palco perché troppo fatta di cocaina e licenziata in tronco per questo. Sì, l'avevano mandata via dal suo primo spettacolo e così aveva buttato giù del cognac insieme a qualche pastiglia di Tavor che aveva sottratto a sua madre, un'ansiosa compulsiva, e in quel pessimo stato aveva pensato bene di mettersi alla guida del fuoristrada di suo padre -suo padre, ricoverato per un tumore al cervello con poche settimane di vita-, con cui si era schiantata contro un albero per evitare d'investire un passante -che aveva invece centrato in pieno in ogni caso- ed ora versava in quelle condizioni: le condizioni dell'albero.
Certo, l'amore non corrisposto e la grave situazione familiare in qualche modo rendevano l'evento romantico e cupo, si poteva intravedere nella narrazione quell'inesorabile cattiva sorte che sempre tocca agli eroi perdenti di un mondo decadente.
Ma l'autore manifestava in realtà un certo disprezzo per quella vita così insensata, il pennino della sua stilografica, che accumulava fogli su fogli e poi li straccionava, disarcionava gli alibi e scanzonava le teorie sul destino: credeva fermamente nel libero arbitrio e costringere Amanda in quel ruolo così meschino era come condannarla a priori. Scrivere di lei era come dare a un eroinomane un po' di metadone, un puro atto di compassione da una prospettiva lievemente sopraelevata. 
A quel punto gli sembrava sempre che lei gli chiedesse: "perché mi scrivi per non amarmi?", ma ovvio, non poteva dire niente Amanda.
Tornava lesto alla storia.
A quel punto della storia, lo schianto contro l'albero, gli piaceva intervenire: raccogliere Amanda inerme sul sedile dell'auto, provare inutilmente a rianimarla, chiamare affannosamente il 118 e, con l'indice e il medio a far pressione sul polso, osservare con un po' di compiacimento che "c'è il battito" -forse c'era qualche termine più tecnico per dirlo, ma gli psichiatri dimenticano presto il linguaggio tecnico e si abituano alle metafore- e intanto iniziare a osservare Amanda al di là di Amanda, dietro le labbra senza parole, gli occhi senza sguardo, le mani senza presa. 
Rimanere in attesa di Amanda senza Amanda, dietro lo schermo della rianimazione e accarezzarla di storie e di metafore, come una madre che accarezza il figlio ancora invisibile dietro lo schermo della pancia. Chiamare Amanda come si chiama tutto un mondo a venire, racchiuso appena in una fantasia di paprika, giallo e mandolini -Amanda qualcosa di esotico, Amanda un retrogusto dolceamaro, Amanda il sapore di libro appena stampato, Amanda 21 anni e la vita davanti, Amanda una cartellina chiara, e il sole sempre quando dici Amanda: Amanda prima di Amanda nel capitolo I.

Oggi inizia la tua vita, Amanda, fino ad oggi hai dormito.
Oggi è già un po' primavera e tu sembri nata per l'amore.
L'hai sporcato l'amore, l'hai riempito di alcol e di fumo.
Ma sei nata per l'amore.
Per questo lo psichiatra-scrittore ti cerca, non ti toglie gli occhi di dosso.
Si toglie gli occhiali per guardarti, però. Ogni giorno lo sguardo appannato ti spoglia di qualche connotato, ti vede meno bene: ti spariscono dal viso le lentiggini, dalle braccia le cannule, dalle occhiaie i lividi, dalle ossa le fratture.
Scrive giù qualche parte di te e poi la butta: racconta di quando tuo padre ha gettato il tuo pupazzo preferito nel fiume, quando avevi solo quattro anni. Lo fa per giustificare la tossicomania e l'anoressia -l'anoressia l'ha decisa ieri sera. 
È così tenero il tuo scrittore, mentre inanella, uno dopo l'altro, traumi grossolani per fare di te la peggiore e più incolpevole Amanda di sempre. O di quando tua madre ti ha lavato la testa con la varechina, poiché pensava che ti fossi contaminata di morte mentre passavi vicino al cimitero. Perciò poi ti sei appassionata ai tatuaggi dei draghi che sputano fuoco: era per sublimare la violenza. E certo, il fuoco è la catarsi.
Scrive, poi butta la carta e scuote la testa: non è questa Amanda. 
Amanda è nata per l'amore, si ripete. Amanda=da amare in latino, appunta.
Ma a volte gli sembra di non ricordare niente dell'Amore. 
Per questo, pensa, queste macchine la tengono in vita così ostinatamente: c'è bisogno di un'Amanda assoluta che inspiri ed espiri l'amore e ad esso risponda solo con un "BIP-BIP" ostinato, ma con tutto il cuore, dall'antro di una macchina senza cuore.

Amanda ha solo 21 anni. O meglio: ce l'aveva un po' di tempo fa.
Adesso è attaccata ad un respiratore. Di mestiere fa la Bella Addormentata e aspetta un bacio che la possa risvegliare.
Lo psichiatra-scrittore butta nel cestino l'ennesimo bacio non puro abbastanza: ogni volta è come se si pulisse le labbra da qualche strato di disillusione; è come se si togliesse qualche anno, qualche sfumatura di conoscenza e di giudizio, qualche dubbio e qualche aforisma d'indosso. 
Ogni tanto sparisce per qualche periodo. Non vuole pensare ad Amanda che, ormai, ha bisogno di sapere come continuare la sua storia mutacica sulla linea del tempo. Che lo aspetta per sapere di Michael e del tatuaggio o -a tratti gli pare- anche di lui, del camice bianco,
della mano che scrive, del pennino che la sfiora nel suo letto di carta. E del volto vagamente malinconico, che ogni tanto -che buffo!-, tra una riga e l'altra della sua vita, pensa ad Amanda. Non vuole questa responsabilità e non sa se vuole parlare di sé -gli psichiatri non raccontano, ascoltano.
Ma, quando torna, Amanda gli risponde sempre quell'ostinato essenziale BIP-BIP, con tutto il cuore, dall'antro di una macchina senza cuore: è convinta, quella stupida, che sempre ritorni, dice un po' rabbioso tra sé. Ma poi torna sempre.
Ma chi è convinta, Amanda o la stereotipata, inattesa macchina del cuore?

Ieri si è tatuato un piccolo drago sulla caviglia sinistra. In realtà è uno di quei tatuaggi che vanno via con l'acqua perché ha paura degli aghi -è uno psichiatra-, ma questo Amanda non lo deve sapere. E apprezzerebbe comunque lo sforzo e il pensiero gentile. 
Certe volte pare abbozzare un lieve sorriso quando le legge il meglio e il peggio di Amanda. Anche se i sorrisi più espliciti sembrano materializzarsi quando lui, occhi ad Amanda senza occhiali, tace.
Ha l'aria di voler aspettare tutto il tempo necessario, Amanda. Magari anche tutta una vita. Ma vuole un bacio perfettamente puro, perfettamente salvifico, perfettamente riavvolto indietro nel tempo.

Inizia oggi la tua vita, psichiatra-scrittore. È quasi primavera e tu sembri nato per l'Amore.
Forse l'hai sporcato, l'amore, l'hai riempito di alcol e di fumo.
Ma a guardarti bene senza occhiali: sembri proprio nato per l'Amore.


BIP-BIP

martedì 3 marzo 2015

Tag: "con Giovanni Drogo -presso Fortezza Bastiani"

Una lettera dai Tartari in persona
per il tenente Giovanni Drogo
gli schioda lo sguardo dall'orizzonte
lo fissa sulla carta piena d'inchiostro
Gli sembra di mangiare 
il presente dopo tanto futuro.

"Esistono i Tartari,
tenente Drogo, mio dolce 
amato tenente Giovanni,
che oscilli la tua fede sulle mura 
come una piuma attaccata a un cannone, 
per tirarla su mentre precipita dai muraglioni
ocra, mentre appiomba sulle valli
bianche, tra i roseti stecchiti dall'arsura
e incede con asini stanchi, sfilando
carovane inesistenti e armature luccicanti,
sgretolando d'attesa i picchi lontani e vicini, 
il grigio pietroso
macchiato di neve senza impronte.
Esistono i Tartari!, questo voglio dirti,
mio amato tenente, mio dolce Giovanni"

Si siede il tenente Drogo,
tenendosi la sua piuma di fede
accollata alla divisa. Crede l'uomo
finché ha un dubbio, 
la certezza non vale
una vita alla Fortezza Bastiani.

"Esistono i Tartari, mio amato tenente!
Sono un centinaio, sono bianchi, 
fatti di gesso, alti poco meno di un monte
basso. Stanno in fila, prigionieri del deserto.
Pietrificarono sporgendosi dai monti,
mentre come te fissavano l'orizzonte
aspettando macchie sull'informe distesa,
l'ingantì l'attesa, crebbero di statura.
Insensato è sperare che arrivino,
 hanno i piedi sprofondati 
nelle rocce, non avanzano.
Li conosco bene! 
Non verranno, Giovanni, non verranno
con aspre lance, con bandiere di paesi lontani,
con cavalli e pensieri. 
Attendono la tua attesa, è il tuo passo 
oltre l'ultimo muraglione della Fortezza 
la speranza di un loro passo"

Impugna il cannocchiale il tenente Drogo,
i Tartari sono monti tra i monti,
una catena immobile con un centinaio di bocche, 
rigidissimi occhi sbarrati, le mani lungo i fianchi,
tutti impettiti, veri soldati
in attesa di un "marsch!".

"Esistono i Tartari e stanno sull'attenti,
Le sono fedeli, tenente Giovanni. 
Li comanda guardando la loro corazza
desertica. Lo so perché anch'io 
sono Tartara, mio amato tenente e lei, 
lei proprio sempre affacciato,
mi solletica il mignolo e l'alluce 
incappucciati nella pietra 
quando scruta la notte velata di nebbia.
Arriva, sempre arriva il suo sguardo,
e mi erode la corazza gessata
col suo scalpello di ciglia.
Ed io allungo allora
-finalmente!-
la punta dell'indice fuori dal gesso,
mi ferisce la ruvidezza del mio guscio calcareo,
e m'incanta vedere il mio sangue che cicatrizza -quanto tempo!-
Per liberare quest'unghia 
ci sono voluti 26 anni, dieci mesi e undici giorni.
Perciò io la amo, tenente Giovanni Drogo,
della Fortezza Bastiani: sta liberando il nemico
col suo scalpello di ciglia.
Non è operazione che riesca a tutti i soldati."

Piega la lettera, il nemico è dentro l'uniforme, adesso.
Si affaccia ancora il tenente Giovanni Drogo
della Fortezza Bastiani,
lega la piuma della sua divisa 
al cannone che non ha mai sparato
e con occhi stanchi guarda l'orizzonte.

"Perciò la amo,
Tenente Giovanni Drogo della Fortezza Bastiani."